Psicologa Federica Perolini

Federica Perolini: «Nel calcio giovanile il problema più frequente è la paura di sbagliare»

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Nel calcio giovanile non si allena soltanto il gesto tecnico. Si allena anche la capacità di gestire l’errore, la panchina, il giudizio degli altri, le aspettative di genitori e allenatori. Aspetti spesso invisibili, ma decisivi nella crescita di un giovane atleta.

Ne abbiamo parlato con Federica Perolini, psicologa, psicologa dello sport, psycomental coach e preparatore mentale FITP, che collabora anche con una realtà importante del territorio come l’A.C. Crema 1908.

Nel calcio giovanile, qual è il problema mentale o emotivo che incontri più spesso nei ragazzi?

«Il tema che incontro più frequentemente è la paura di sbagliare. Molti ragazzi, soprattutto dalla categoria Esordienti, cadono nell’errore di vivere lo sport come un continuo esame: sentono di dover dimostrare il proprio valore a familiari, allenatori, amici».

Una pressione che, secondo Perolini, può cambiare completamente il modo in cui un ragazzo vive il campo.

«Questo genera ansia, insicurezza e una forte dipendenza dal giudizio esterno. Quando il risultato o la prestazione diventano più importanti del percorso di crescita, il rischio è che il piacere di giocare lasci spazio alla pressione, che non di rado si traduce in abbandono sportivo».

Quando un ragazzo sbaglia, finisce in panchina o vive un momento difficile, cosa succede davvero nella sua testa?

«Partendo dal presupposto che “finire in panchina” per un errore è una decisione sbagliata del tecnico, l’atleta, se non preparato alla panchina, spesso associa questa scelta a una personale inadeguatezza».

Il problema, quindi, non è soltanto la scelta tecnica. È il significato che il ragazzo attribuisce a quella scelta.

«Pensieri come “non sono abbastanza bravo”, “sto deludendo tutti” o “forse non merito di stare qui” sono molto più frequenti di quanto si pensi. Nei ragazzi più giovani l’identità sportiva è ancora in costruzione e una panchina o una prestazione negativa possono essere percepite come un fallimento totale, anziché come una normale esperienza di apprendimento. Ecco perché è importante che il tecnico giustifichi sempre le sue scelte».

Allenatori e genitori: dove aiutano davvero e dove invece, anche senza volerlo, rischiano di fare danni?

«Allenatori e genitori aiutano quando riescono a creare un ambiente sicuro, in cui il ragazzo si sente sostenuto indipendentemente dal risultato. Aiutano quando valorizzano l’impegno, la crescita e la capacità di imparare dagli errori».

Il confine, però, è sottile. Anche una frase detta con buone intenzioni può diventare un peso, se arriva nel momento sbagliato o se viene percepita come giudizio.

«Possono invece fare danni, anche involontariamente, quando mettono l’accento esclusivamente sulla prestazione, sul confronto con gli altri o sulle proprie aspettative. Frasi apparentemente innocue come “devi fare di più” o “oggi hai giocato male” possono diventare pesanti se non contestualizzate».

Perché oggi tanti ragazzi smettono di giocare a calcio?

«Le ragioni sono diverse, ma una delle principali è la perdita del divertimento. Quando il calcio diventa solo pressione, aspettativa e giudizio, molti ragazzi smettono di riconoscere ciò che li aveva fatti innamorare dello sport».

Non è soltanto una questione di talento, minuti giocati o risultati. Spesso, dietro l’abbandono, c’è un ambiente che il ragazzo non sente più come suo.

«A questo si aggiungono la competizione sempre più precoce, la paura di non essere all’altezza e, in alcuni casi, la sensazione di non avere spazio per crescere e sbagliare».

Qual è il primo campanello d’allarme che una società o un allenatore non dovrebbe mai sottovalutare in un giovane atleta?

«Il cambiamento nell’atteggiamento. Un ragazzo che improvvisamente perde entusiasmo, partecipa meno, si isola dal gruppo, evita di prendersi responsabilità in campo o manifesta frequenti scuse per non allenarsi sta comunicando qualcosa di importante».

Sono segnali che non vanno letti solo attraverso la prestazione. Anzi, spesso arrivano prima ancora che il rendimento in campo inizi davvero a calare.

«Spesso questi segnali arrivano molto prima di un calo della prestazione. Dietro può esserci stanchezza emotiva, ansia, perdita di fiducia o un disagio che merita ascolto».

Se dovessi lasciare un messaggio a un ragazzo che sta vivendo un momento difficile nello sport, quale sarebbe?

«Gli direi: caro ragazzo, partendo dal presupposto che tu non sei lo sport che pratichi, ricordati che la vita è fatta di momenti. Momenti che, per definizione, scorrono e passano e non ci identificano, non definiscono chi sei».

È forse il messaggio più semplice, ma anche quello più difficile da accettare quando si è dentro una fase complicata: un errore non è un’identità, una panchina non è una sentenza, una sconfitta non misura il valore di una persona.

«Le sconfitte, gli errori e le panchine fanno parte della storia di ogni atleta. La differenza non la fanno le difficoltà che incontri, ma il modo in cui impari ad attraversarle. Il tuo valore non dipende da una partita, da un voto o da una scelta dell’allenatore. Continua a lavorare, a imparare e a credere nel percorso: spesso la crescita più importante nasce proprio dai momenti che oggi sembrano i più duri».

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