Il Crema Rugby riparte dalla continuità, dal proprio vivaio e da una filosofia precisa: far crescere i giocatori in casa, creare occasioni perché tutti possano scendere in campo e costruire il futuro della società partendo dai più piccoli. Alla vigilia della nuova stagione, il presidente Giovanni Siniscalchi racconta un movimento che va dal minirugby alla prima squadra, passando per collaborazioni territoriali diventate fondamentali per garantire continuità all’attività giovanile.
E poi c’è una sfida che va oltre classifiche e campionati: convincere sempre più famiglie ad avvicinarsi al rugby, superando quei timori che ancora accompagnano uno sport spesso conosciuto soltanto attraverso le immagini dell’alto livello.
Presidente, partiamo dal Crema Rugby di oggi. Come si presenta la società alla nuova stagione?
«Abbiamo appena ricominciato gli allenamenti, perché i nostri campionati partiranno a ottobre. Per quanto riguarda la prima squadra, riconfermiamo sostanzialmente il gruppo dello scorso anno, con un paio di ragazzi che arriveranno dall’Under 18. Parliamo di una rosa di circa 35 giocatori. Puntiamo a fare un buon campionato e ad accedere al girone per la promozione in Serie B. La formula definitiva ci verrà comunicata il 6 settembre, ma normalmente c’è una prima fase di qualificazione e poi le migliori vanno a giocarsi quel girone. Il nostro obiettivo è arrivare lì, non significa dire che andremo in Serie B».
Anche lo staff tecnico riparte nel segno della continuità. Zaini è confermato alla guida della prima squadra, mentre al suo fianco ci sarà William Panzetti, già presente nello staff e quest’anno chiamato ad assumere maggiori responsabilità.
«Panzetti lavorava già con noi e quest’anno avrà incarichi aggiuntivi, anche come allenatore dei trequarti e video analyst. Sta crescendo e sta lavorando bene. Anche il preparatore atletico rimane lo stesso: l’impostazione sarà quindi quella della passata stagione, cercando naturalmente di migliorare».
La vostra attività copre praticamente tutte le fasce d’età. Quanto è importante il settore giovanile nel progetto del Crema Rugby?
«È fondamentale. In alcune categorie non abbiamo però numeri sufficienti per affrontare da soli un campionato. In Under 18, per esempio, abbiamo circa sedici ragazzi: considerando che si gioca in quindici, non sarebbero abbastanza per sostenere un’intera stagione. Da un paio d’anni portiamo quindi avanti un progetto insieme agli Harlequins Verdello e a Lodi».
Una collaborazione che permette ai ragazzi delle diverse società di allenarsi e giocare all’interno di un unico progetto.
«È come creare una sorta di super club: i giocatori possono giocare insieme e riusciamo così a garantire a tutti un campionato. Sono previsti anche allenamenti congiunti nelle diverse sedi e ogni società mantiene i propri tecnici, all’interno però di una linea di lavoro condivisa».
Lo stesso modello viene adottato nell’Under 16.
«In quel caso i numeri sono anche maggiori e, mettendo insieme le tre società, riusciremo addirittura a iscrivere due squadre. Da soli non avremmo abbastanza ragazzi per farlo, mentre insieme possiamo creare due gruppi e permettere a tutti di giocare con continuità».
Diversa la situazione dell’Under 14, dove il Crema Rugby dispone di circa una ventina di atleti e può quindi affrontare autonomamente il campionato. A guidare il gruppo sarà Edoardo Bertolotti, che ricopre anche il ruolo di responsabile dell’intero settore minirugby.
Ed è proprio scendendo con l’età che cambia anche il modo di intendere la competizione.
Per i più piccoli non esiste nemmeno una classifica. È un aspetto che racconta bene la vostra filosofia?
«Fino all’Under 12 si fanno le cosiddette “feste del rugby”. Ogni due settimane diverse società si ritrovano in una sede e i bambini giocano tra loro. Non c’è classifica e c’è molta elasticità: se una squadra arriva con pochi giocatori può farsene prestare qualcuno da un’altra società. Abbiamo ottimi rapporti con realtà come Codogno, Lodi e Treviglio. Lo scopo è semplicemente far giocare i ragazzi».
Un principio che non si esaurisce nelle categorie giovanili. Anche la costruzione della prima squadra segue infatti una logica molto diversa da quella del mercato tradizionale.

La vostra rosa senior è composta quasi interamente da giocatori cresciuti nel Crema Rugby. È una scelta precisa?
«Sì. La nostra prima squadra è formata quasi completamente da ragazzi del Crema. Noi non facciamo campagna acquisti e non paghiamo i giocatori, nemmeno attraverso rimborsi spese. Chi arriva da fuori normalmente lo fa perché vive o lavora qui e decide di venire a giocare con noi. Si iscrive esattamente come tutti gli altri».
Un’impostazione amatoriale sotto il profilo economico che non significa, però, affrontare il rugby senza un impegno importante.
«I ragazzi si allenano tre volte alla settimana e fanno anche palestra. C’è chi praticamente si allena tutti i giorni. Il rugby è uno sport di contatto e proprio per questo bisogna essere preparati. Non puoi allenarti una volta e poi stare fermo due settimane, perché così rischi davvero di farti male».
Ed è proprio il tema del contatto a introdurre una delle questioni sulle quali il Crema Rugby sta lavorando maggiormente: riuscire ad avvicinare nuovi bambini.
Riscontrate ancora nelle famiglie una certa preoccupazione nel far provare il rugby ai propri figli?
«Non so dire con certezza se sia resistenza o meno, però fino alla pandemia non avevamo particolari problemi di numeri tra i bambini. Dal 2021 in poi abbiamo registrato un calo. Il problema, soprattutto, è che oggi vengono meno bambini anche soltanto a provare».
Per Siniscalchi, una parte della difficoltà nasce dall’immagine che il rugby restituisce a chi lo conosce solamente attraverso le competizioni professionistiche.
«Uno vede qualche spezzone di rugby di alto livello, vede atleti che vanno a duemila all’ora e pensa che quella sia la stessa cosa che fanno i bambini. Ma non c’entra niente. È come dire che non faccio la patente perché guardo la Formula 1 e ho paura. Sono due dimensioni completamente diverse».
Un paragone semplice, che racchiude però una delle battaglie culturali che la società sta cercando di portare avanti.
Come si può superare questo timore?
«Venendo a vedere e provando. A settembre organizziamo open day tutti i sabati e chiunque può venire liberamente. Facciamo attività nelle scuole, partecipiamo ai Grest, cerchiamo in tanti modi di farci conoscere. Però facciamo fatica perché in Italia manca ancora un po’ di cultura sportiva».
Siniscalchi porta un esempio molto concreto.
«Si vede Sinner e allora si portano i bambini a giocare a tennis. Il rugby, invece, bisogna capirlo un pochino di più. È uno sport impegnativo, è uno sport di squadra ed è uno sport di contatto, quindi ha caratteristiche forti. Però proprio per questo bisogna venire sul campo e vedere come giocano davvero i bambini».
Ed è qui che si misura probabilmente la sfida più importante per il futuro del Crema Rugby. Prima ancora della Serie B, delle classifiche o dei risultati della prima squadra, c’è la necessità di continuare ad alimentare la base del movimento.
«Noi facciamo il possibile per farci conoscere. Chi viene e prova normalmente apprezza. Il problema è arrivare a quel primo passo: devono venire sul campo. Se non provano, difficilmente potranno capire davvero cosa sia il rugby».



