Luca Bozzetti, dagli inizi con Baloo ai grandi palcoscenici: «Il calcio mi ha sempre guardato dalle ginocchia in su»

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Dalle prime partite viste insieme al padre agli scatti allo Zini, passando per il calcio dilettantistico, la Primavera, la Nazionale Under 21 e numerose altre discipline. La storia di Luca Bozzetti nasce da una passione alla quale non ha mai voluto rinunciare.

Quando giocare non è più stato possibile, Luca ha cercato un altro modo per rimanere vicino al campo. Prima come dirigente accompagnatore, poi attraverso la scrittura e infine dietro una macchina fotografica. Tra le prime occasioni c’è stata anche la vecchia gestione di Baloo, punto di partenza di un percorso costruito soprattutto con esperienza, errori, costanza e centinaia di domeniche trascorse a bordo campo.

Oggi collabora con MondoPrimavera, ha lavorato con SportGrigiorosso, segue la comunicazione di Soresinese e Romanengo e ha raccontato attraverso le immagini calcio, basket, motocross e altre discipline. Nel futuro potrebbero esserci anche Serie B e Conference League, anche se il traguardo deve ancora essere costruito.

Da dove nasce la tua passione per lo sport e, successivamente, per la fotografia?

«Prima ancora che dalla fotografia, devo partire dal soggetto: il calcio. È da lì che nasce tutto.

La prima volta che sono andato allo stadio è stata nel 2008, a San Siro. Sono interista e andai con mio papà a vedere Inter-Anorthosis, terminata 1-0 con gol di Adriano. Era un mercoledì.

La stessa settimana, sempre insieme a mio papà, la domenica andai allo stadio Zini per vedere la Cremonese, che allora giocava ancora in Serie C1. Non era lo Zini di oggi: arrivati nel parcheggio, chiesi addirittura a mio papà quale fosse lo stadio.

Da quelle due partite è nata una passione che non mi ha più abbandonato».

Tra le tue prime esperienze c’è stata anche quella con la vecchia gestione di Baloo. Che ricordi hai di quel periodo?

«Baloo lo ricordo con grande affetto, perché è stata la prima possibilità che ho avuto di scrivere di calcio.

Avevo giocato fino a quando mi era stato possibile, arrivando alla categoria Allievi con la Polisportiva Oratorio Castelleone. Quando il calcio è diventato più serio e i contrasti più duri, anche per la comprensibile preoccupazione dei miei familiari, ho dovuto cercare una strada alternativa per continuare a seguire lo sport che amavo.

Inizialmente ho fatto il dirigente accompagnatore alla Polisportiva Oratorio Castelleone. In mezzo a queste esperienze è arrivato Baloo: tutto è cominciato con uno stage scolastico durante il terzo anno delle superiori e la collaborazione è poi proseguita per circa un anno, forse un anno e mezzo.

Ringrazierò sempre quello che ancora oggi chiamo “il boss”, Fabio Faciocchi. Mi ha dato la prima vera opportunità e mi ha permesso di capire che questo avrebbe potuto essere il mio percorso».

Come hai imparato a fotografare lo sport?

«Ho imparato soprattutto sul campo. All’inizio avevo frequentato una decina di lezioni al Fotoclub Elio Fornasa di Castelleone. Poi ho comprato una macchina fotografica e un obiettivo base e ho cominciato a fare esperienza concretamente.

A volte mi capita di ritrovare alcune delle mie prime fotografie e, onestamente, faccio quasi fatica a guardarle. Però fanno parte del percorso.

Ho imparato provando, sbagliando tantissimo e continuando sempre a mettermi alla prova. Errore dopo errore ho capito come muovermi, dove posizionarmi e come cercare di anticipare quello che sarebbe successo davanti a me».

Hai fotografato discipline differenti. Quanto è importante conoscere lo sport che si vuole raccontare?

«Il calcio mi è sempre piaciuto e continua a piacermi. Amo molto anche il basket, perché credo sia uno sport bellissimo sia dal punto di vista tecnico sia per le immagini che permette di realizzare. È bello da seguire dal vivo, ma anche seduti sul divano.

Calcio e basket sono i due sport che preferisco fotografare proprio perché sono discipline che guardo e che, prima di tutto, mi piace vedere.

Credo che per realizzare un buon servizio fotografico sia necessario conoscere lo sport che si sta raccontando, ma soprattutto bisogna apprezzarlo. Quando quello che stai fotografando non ti piace o non lo conosci abbastanza, fai fatica a capire dove posizionarti, ad anticipare le azioni e a riconoscere il momento giusto da catturare».

Quali sono le partite e gli scatti che ricordi con maggiore emozione?

«È difficile scegliere una sola partita, perché nel mio percorso ce ne sono state tante che mi hanno lasciato qualcosa.

Ricordo con particolare emozione la prima volta in cui ho fotografato allo Zini: la Supercoppa Primavera 2 tra Cremonese e Cesena. Un altro momento speciale è stato fotografare per la prima volta la Nazionale Under 21, sempre allo Zini. Vivere una partita della Nazionale dal campo, nella mia città e in uno stadio così importante per la mia storia personale, è stata un’emozione gigantesca.

Onestamente, più ancora che per la partita, lo è stato per ciò che rappresentava essere lì a bordo campo.

Per quanto riguarda i singoli scatti, faccio fatica a indicarne uno. Le fotografie alle quali sono più affezionato sono spesso quelle che ritraggono persone che, prima ancora di essere giocatori che ho fotografato, sono diventate miei amici. È quel legame a renderle speciali».

Nel tuo percorso ti è capitato di incontrare pregiudizi legati alla disabilità?

«Purtroppo mi è successo proprio di recente e voglio utilizzare questo spazio per parlarne. Allo stesso tempo non voglio fare di tutta l’erba un fascio: rispetto e stimo la società e le persone che ne fanno parte, con cui ho tuttora buoni rapporti. Credo che quanto accaduto sia riconducibile a una persona specifica.

Mi sono stati concessi sia l’accredito sia l’accesso al campo, ma nella risposta ricevuta è stata sottolineata la mia disabilità, specificando che la responsabilità per qualsiasi eventuale problema sarebbe ricaduta sulla testata che aveva presentato la richiesta. In tanti anni sui campi non mi era mai capitato che qualcuno si rivolgesse a me in questo modo o considerasse la mia condizione personale come un possibile problema.

La cosa che mi ha fatto più arrabbiare non è stata una questione di accesso al campo, ma soprattutto la mancanza di tatto e umanità. Una risposta del genere non dovrebbe essere data a nessuno, indipendentemente dal ruolo, dalla condizione personale o dalla presenza di una disabilità.

Io ho la fortuna di avere le spalle abbastanza larghe e di essere circondato da persone che mi vogliono bene. Un’altra persona, magari più fragile o senza lo stesso sostegno, potrebbe però essere ferita profondamente da parole simili.

Mi considero fortunato nella sfortuna, perché posso camminare, fare sport e vivere esperienze che ad altre persone sono precluse. Per questo penso che sia fondamentale prestare attenzione alle parole e trattare chiunque, prima di tutto, da essere umano.

Ribadisco che non attribuisco questo episodio all’intera società, ma a una singola persona che, in quella circostanza, ha utilizzato il proprio ruolo nel modo sbagliato».

Stai lavorando per arrivare anche in Serie B e in Conference League. Cosa rappresenterebbe questo traguardo e chi senti di portare con te?

«Ad oggi sto lavorando per riuscire ad arrivare anche su quei palcoscenici, ma non c’è ancora nulla di definito. Ci sono alcuni passaggi burocratici da completare e sto facendo tutto il necessario per farmi trovare pronto.

Per me avrebbe un significato enorme, perché arriverei lì dopo aver attraversato tutte le categorie dilettantistiche e aver costruito il mio percorso un passo alla volta.

Devo ringraziare prima di tutto i miei genitori e mia sorella, che mi hanno sempre sostenuto sia dal punto di vista pratico sia con il cuore. Poi voglio ringraziare quegli “idioti” dei miei amici, perché tutto il lavoro e i sacrifici vengono ripagati nei fine settimana, tra gin tonic, divertimento e tante battute. Ogni volta che entro in un campo porto idealmente con me anche loro.

Ci sono poi alcune persone alle quali sono particolarmente legato, che chiamo “le mie ballerine”. Una la conosco da dodici anni: era presente al giorno zero e so che ci sarà anche al giorno uno, al giorno due e al giorno quindicimila. Un’altra l’ho conosciuta durante il periodo del Covid. È un’artista e, con la sua passione e il suo modo di lavorare, mi ha spinto a fare le cose con maggiore professionalità, organizzazione e attenzione.

Un grazie poi a tutte le persone che mi sono quotidianamente vicine, che mi aiutano, spronano e consigliano che sono parte integrante a tutti gli effetti del mio percorso.

Voglio ringraziare anche tutte le società con cui ho collaborato, perché senza di loro non sarei il fotografo che sono oggi.

Il primo grazie va al Castelleone e alle persone che ho conosciuto lì. Alcuni ragazzi e allenatori sono diventati amici: penso, per esempio, a Enrico Vailati e a mister Vezzoli. Ho cominciato a Castelleone e quella parte del mio percorso rimarrà sempre nella mia storia.

Devo dire grazie anche al Chieve, che è sempre stato casa mia e mi ha dato l’opportunità di tornare a divertirmi con il calcio. Ringrazio il direttore sportivo Cavalli, mister Miglioli e soprattutto mister Pellegrino, che per me è diventato molto più di un allenatore: è un amico, oltre che un grande mister.

Ringrazio anche la Scannabuese e tutte le persone incontrate durante quella collaborazione, che hanno rappresentato un’altra tappa importante del mio percorso.

Con il Romanengo la strada è appena cominciata. Lì ho ritrovato una persona che stimo e alla quale voglio bene, mister Marco Bettinelli, che considero uno dei migliori allenatori del calcio dilettantistico. Spero che insieme potremo toglierci delle belle soddisfazioni.

Infine devo dire grazie alla Soresinese, dove sto bene e dove, come ripeto sempre al presidente, rimarrei anche per vent’anni. È una società composta da persone buone, che tengono profondamente alla squadra e alla propria comunità. Dal primo giorno non mi è mai mancato nulla e mi hanno sempre trattato come uno di famiglia.

Tutte queste persone rappresentano il mio bagaglio e la mia comfort zone. E poi c’è il mondo del calcio, che, salvo rare eccezioni, mi ha sempre guardato dalle ginocchia in su, mai dalle ginocchia in giù»

Baloo Sport.
Lo sport del territorio, raccontato da vicino.