Da ragazzo era il Kun, una punta rapida e tecnica cresciuta nel calcio cremasco. Oggi è Coach Nick, allenatore a Perth e fondatore di una sua academy in Australia. In mezzo ci sono undici anni di vita cambiata: Ombriano, Bagnolo, Frassati, Sabbioni, Tenerife, il viaggio dall’altra parte del mondo, gli infortuni, le licenze da allenatore e una nuova strada costruita con pazienza
.La storia di Nicholas Dossena non è solo quella di un cremasco che ha aperto una scuola calcio in Australia. È il racconto di un percorso nato nella provincia, passato attraverso i suoi limiti e trasformato in qualcosa di più grande.
Nicholas, partiamo dall’inizio: chi era il “Kun” nel calcio cremasco e come si arriva, undici anni dopo, a essere Coach Nick dall’altra parte del mondo?
«Il Kun nel calcio cremasco era una punta, un numero 9 che poteva giocare anche da seconda punta. Rapido, con senso del gol, bravo tecnicamente e, a dir la verità, anche un po’ leggerino. Ero agile, ma peccavo un po’ nella fisicità e nel coprire il pallone».
Dossena cresce nell’Aurora Ombriano, il club del suo paese, poi passa da Bagnolo, dove esordisce in prima squadra a 17 anni grazie a Gian Pietro Mussini, l’allenatore che più ha creduto in lui. Il soprannome “Kun” nasce invece al Frassati, durante la pre-season, e gli rimane addosso anche nelle esperienze successive tra Bagnolo, Sabbioni e il ritorno a Ombriano con Perolini.
Poi il calcio diventa anche viaggio.
«Tra il Kun e Coach Nick sono passati undici anni. Ho lasciato l’Italia prima per Tenerife, non per un progetto calcistico, ma per un cambio di vita. Lì ho iniziato a vivere da solo, cucinare per me, fare palestra, cambiare alimentazione e avvicinarmi sempre di più a una vita da professionista. Cercavo squadre ovunque: mi presentavo in ogni posto e provavo a giocare».
In Australia arriva nel 2017 con un working holiday visa. Dopo due anni di viaggi, torna con un visto studente, trova una squadra vicino casa e segna 27 gol in 16 partite. Da lì arrivano nuove possibilità, il salto in State League One e il primo incarico da allenatore con un’Under 13.
«Dopo un mese il primo allenatore ha lasciato e mi sono trovato a continuare da solo. Abbiamo vinto la final four, ma la cosa che mi ha reso più orgoglioso è che quasi dieci ragazzi su sedici sono saliti in una categoria più alta. Da lì è iniziata la mia storia da Coach Nick».
Quando hai capito che il calcio poteva diventare davvero il tuo percorso di vita?
«Molto recentemente. Il primo contratto l’ho firmato tardi, a 29 anni. Fino a quel momento è stato un continuo imparare, e lo è ancora. Gli infortuni mi hanno insegnato tanto: come allenarmi, come recuperare, come mangiare, come riposare».
La svolta arriva dopo il secondo infortunio al crociato.
«Quando mi sono rotto il crociato per la seconda volta, ho lanciato il mio sito e il mio brand. Prima allenavo nelle squadre in cui giocavo e collaboravo con Football West, facendo programmi scolastici e lezioni nelle scuole. Poi un anno fa mi sono messo in proprio, ho iniziato a stringere partnership con altri club e, dopo aver preso la residenza, ho capito che qui posso fare qualcosa di importante».
Cosa ti ha dato il calcio cremasco e cosa, invece, ti stava stretto?
«Il calcio cremasco per me è stata una foundation: ha messo le fondamenta della mia carriera. Mi sono formato in oratorio, per strada, a scuola, dove capitava. Quell’ambiente mi ha dato spontaneità, mi ha tolto la paura di giocare e di rischiare».
Poi, però, arriva il momento in cui la provincia inizia a stare stretta.
«Veniamo da una realtà piccola, dove le possibilità non sono tante come in una città australiana da milioni di persone. A un certo punto la vita nel Cremasco mi stava stretta, ed è nata da lì la decisione di andare via. Però le lezioni che impari nel calcio, nello stare in squadra e in mezzo alle persone, entrano anche nella tua vita personale».
Oggi hai aperto una tua academy: che tipo di scuola calcio è?
Il cuore del progetto è racchiuso in una frase: “We develop thinkers before players”. Prima giocatori pensanti, poi calciatori.«Il calcio non si gioca più solo con le gambe. Diamo molta importanza al concetto di tempo e spazio: fare la giocata giusta nel momento giusto e negli spazi giusti».
Il metodo passa da una checklist: anticipazione, scanning, comunicazione, posizione del corpo, primo controllo e giocata. Ma non c’è solo campo.
«Chiedo ai ragazzi di portare un piccolo notebook. Alla fine delle sessioni scrivono tre cose che hanno imparato, tre cose in cui devono migliorare e gli obiettivi settimanali. Serve per riflettere, per fare in modo che l’allenamento non rimanga fine a se stesso».
Quali sono le differenze più grandi tra il calcio a Perth e quello che avevi conosciuto in Italia?
«In Italia c’è una cultura calcistica enorme. Qui vanno molto cricket e AFL, il football australiano, anche se negli ultimi anni il calcio è cresciuto tantissimo. Dopo il Mondiale femminile in Australia e Nuova Zelanda, per esempio, c’è stato un boom di iscrizioni tra le ragazze».
La differenza più concreta, però, è un’altra: lo spogliatoio.
«Nel Cremasco ogni società ha il suo campo, il suo spogliatoio, una casa. Qui il calcio si sviluppa soprattutto nei parchi pubblici, che sono spettacolari e tenuti benissimo dai comuni, però manca il concetto di spogliatoio. I giocatori arrivano in ciabatte, con le scarpe in mano, si cambiano, si allenano e vanno a casa. Non c’è quella stessa cultura dello stare insieme e dell’appartenenza».
Anche il clima attorno alle partite è diverso.
«Spesso non ci sono tribune: ognuno arriva con la sua sedia da campeggio. È tutto vissuto con meno clamore e in modo più familiare».
Nel tuo percorso tornano spesso tre parole: passione, disciplina e studio. Quanto lavoro invisibile c’è dietro?
«La passione è la prima cosa. Mi sono innamorato del calcio fin dai primi passi. Amavo sentire gli allenatori parlare di tattica, mi interessava la spiegazione degli esercizi, guardavo tante partite. Più viaggiavo e più la mia vita prendeva direzioni diverse, più sentivo il calcio che mi mancava».
La disciplina è arrivata vivendo lontano da casa.
«Il mio modo di vedere il calcio, di allenarmi e di recuperare è molto diverso rispetto a quando ero nel Cremasco. Ho imparato tanto su alimentazione, allenamento e recupero».Poi lo studio: licenza C, corsi sul settore giovanile, licenza B e un calcio australiano molto più multiculturale di quanto si possa pensare.«Qui le squadre sono formate da gente che arriva da tutto il mondo: europei, sudamericani, africani, asiatici. Ognuno porta un background calcistico diverso. Riuscire a imporsi tra tutte queste differenze è molto più difficile di quanto si creda».
Partire da una realtà locale come quella cremasca può sembrare un limite: per te è stato più un ostacolo o una base?
«Da un punto di vista può sembrare un limite, però io lo vedo come una base su cui ho costruito. La passione per lo sport e tutte le esperienze vissute prima di viaggiare mi hanno formato come calciatore, come persona e come allenatore».
In Australia, essere italiano nel calcio ha ancora un peso.
«Sono fiero della mia formazione calcistica. Qui essere italiano è visto in maniera positiva, perché siamo un Paese di calcio. Nonostante gli ultimi risultati negativi, culturalmente restiamo un popolo calcistico».
Che messaggio daresti a un giovane del Cremasco che sogna di lavorare nello sport, ma pensa di partire troppo lontano dai grandi palcoscenici?
«I grandi palcoscenici, a volte, non ti insegnano i valori che può darti una realtà piccola come la nostra: vivere lo spogliatoio, la familiarità, giocare nella squadra del tuo paese».
Poi, però, serve il coraggio di muoversi.
«Ai ragazzi cremaschi direi di avere il coraggio di lasciare casa, seguire i propri sogni e buttarsi. Io non avevo mai pensato di aprire un’academy dall’altra parte del mondo. È stato un susseguirsi di eventi che mi ha portato a trovare la mia strada. Serve prendere coraggio, avere voglia di lanciarsi e non crearsi limiti nella propria testa».



