Veronica Sales, vent’anni di Doverese: «Dopo quattro secondi posti, il passo successivo è vincere»

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Quattro secondi posti consecutivi, un nuovo allenatore e un obiettivo ormai impossibile da nascondere. La Doverese femminile si prepara a ripartire in Eccellenza affidandosi a Vincenzo Zagari e alle certezze di un gruppo che negli ultimi anni ha frequentato stabilmente le zone alte della classifica.

Tra queste c’è Veronica Sales, classe 1990, capitano e autentica bandiera della società. Quella che sta per cominciare sarà la sua ventesima stagione con la stessa maglia. Un traguardo che racconta un legame profondo, nato quando il calcio femminile offriva opportunità molto diverse rispetto a oggi.

Con Sales abbiamo ripercorso l’ultima annata, il rammarico per il distacco dall’Erbusco, le ambizioni future e l’evoluzione del movimento femminile.

Avete chiuso il campionato al secondo posto con 71 punti, 22 vittorie e appena tre sconfitte. Prevale la soddisfazione oppure il rammarico per il distacco dall’Erbusco?

«Non possiamo dire che sia andata male, perché un secondo posto resta una bella soddisfazione. Però prevale il rammarico: eravamo consapevoli di poter fare molto di più e di poter chiudere decisamente più vicine all’Erbusco.

Non abbiamo perso terreno soltanto negli scontri diretti. Abbiamo lasciato per strada troppi punti per nostre distrazioni, anche quando il campionato era ancora aperto. L’Erbusco aveva qualcosa in più e probabilmente avrebbe vinto comunque, ma avremmo potuto terminare perdendo soltanto i due confronti diretti e arrivare a sei punti, non con un distacco così ampio.

Inoltre non ci sono i playoff, quindi il secondo posto non offre altre possibilità. La stagione non è certamente da buttare, ma resta la consapevolezza di non aver espresso fino in fondo il nostro potenziale».

Avete segnato 79 gol e ne avete subiti soltanto 27. Qual è stata la qualità che vi ha permesso di mantenere un rendimento così costante?

«Il nostro punto di forza è stato l’equilibrio tra tutti i reparti. Non avevamo un attacco prolifico accompagnato da una difesa fragile, oppure una difesa solida e un reparto offensivo in difficoltà. Siamo riuscite a essere complete sia davanti sia dietro.

Ha fatto la differenza anche lo spirito di sacrificio. Le attaccanti non si sono limitate ad attaccare, ma sono tornate ad aiutare e a recuperare palloni. Allo stesso modo, le giocatrici della difesa hanno avuto il coraggio di accompagnare l’azione e spingersi in avanti.

Ognuna aveva il proprio ruolo, ma nessuna si è limitata esclusivamente ai suoi compiti. Questa disponibilità collettiva ci ha permesso di mantenere continuità».

Che cosa vi è mancato per trasformare il secondo posto in una vera corsa per la vittoria del campionato?

«Prima di tutto bisogna riconoscere i meriti dell’Erbusco, che ha disputato una stagione straordinaria. Ha perso soltanto l’ultima partita, quando aveva già vinto matematicamente il campionato, e anche in Coppa ha pareggiato una sola volta, proprio contro di noi. I numeri parlano chiaramente.

Da parte nostra, però, credo sia mancata un po’ di sintonia tra la squadra e l’allenatore. Non metto in discussione la sua preparazione, ma probabilmente non siamo riuscite a procedere nella stessa direzione dal punto di vista del gioco.

Alcune ragazze sono state utilizzate fuori ruolo e il modulo scelto non ci ha permesso di sfruttare sempre al meglio le caratteristiche della rosa. Alla lunga questo ha inciso anche sulla fiducia. L’Erbusco, invece, è riuscito a creare quella sintonia tra squadra e allenatrice che noi non abbiamo trovato pienamente».

Guardando alla prossima stagione, quale passo dovrà compiere la Doverese per alzare ulteriormente l’asticella?

«Le aspettative sono inevitabilmente alte, perché arriviamo da quattro secondi posti consecutivi. Ormai ci definiscono “l’eterna seconda” e abbiamo persino realizzato delle magliette per prenderci in giro da sole.

A questo punto non abbiamo molti piazzamenti da migliorare: il passo successivo può essere soltanto vincere. Allo stesso tempo, però, non dobbiamo partire schiacciate dalle pressioni.

La società ci ha messo a disposizione tutto il necessario per lavorare bene. Vincenzo Zagari è un allenatore nuovo, lo vedo carico e motivato. Dovremo partire serene, entrare in sintonia con lui e creare un ambiente positivo.

Siamo consapevoli dei nostri mezzi, ma inizialmente dovrà parlare il campo. Questo è un campionato imprevedibile: ogni anno può emergere una squadra nuova grazie a investimenti e rinforzi. Se durante la stagione ci troveremo ancora lì davanti, allora inizieremo a ragionare concretamente sull’obiettivo».

La prossima sarà la tua ventesima stagione con la Doverese. Quali momenti hanno segnato maggiormente il tuo percorso?

«Mi fa davvero strano dirlo, ma saranno vent’anni. Se pensiamo a quanto sia lunga una vita dalla nascita ai vent’anni, sembra incredibile aver trascorso lo stesso periodo indossando sempre la stessa maglia.

Il ricordo più bello resta la stagione 2014-2015, quando abbiamo vinto il campionato. All’epoca eravamo in Serie D e conquistammo la promozione in Serie C. Non partivamo da favorite e riuscimmo a vincere al termine di una corsa combattuta fino all’ultima giornata. È stata un’emozione indescrivibile e spero davvero di poterla rivivere.

Ricorderò con piacere anche l’ultima stagione dal punto di vista personale. Nel girone d’andata ho trovato poco spazio, ma con la mia testa dura, il sostegno delle compagne e l’aiuto dello staff sono riuscita a riprendermi.

Nel ritorno ho segnato tre gol da difensore centrale, tra cui una doppietta e una rete di testa. Non segnavo da circa dieci anni. La stagione è terminata con l’amarezza del secondo posto, ma personalmente in maniera bellissima».

Qual è l’aspetto più bello del ruolo di capitano e quale, invece, il più difficile?

«Essere capitano è un ruolo bellissimo, che rifarei miliardi di volte. Le soddisfazioni più grandi non sono soltanto calcistiche, ma soprattutto personali. Sapere che le mie compagne mi considerano un esempio e un punto di riferimento è un riconoscimento enorme.

Dopo vent’anni sento questa squadra come una famiglia e probabilmente vivrei tutto con la stessa responsabilità anche senza fascia. La cosa più bella è poter trasmettere alle ragazze, soprattutto alle più giovani, determinati valori.

Dico sempre che bisogna giocare per lo stemma che si ha davanti, non per il nome scritto dietro. Il riconoscimento personale arriva di conseguenza: prima vengono la maglia e i suoi colori.

L’aspetto più difficile è non riuscire sempre a trasmettere questo senso di appartenenza. Quando vedo che qualcuno non vive la maglia nello stesso modo, ci rimango male. A volte tendo quasi a considerarlo un mio piccolo fallimento, perché significa che non sono riuscita a far comprendere fino in fondo ciò che volevo trasmettere».

Come è cambiato il calcio femminile da quando hai iniziato a giocare?

«Negli ultimi anni il movimento è cresciuto molto, anche grazie alla maggiore visibilità ottenuta dalla Nazionale. Tante bambine si sono appassionate e sono nate sempre più squadre femminili nelle categorie Pulcine, Esordienti e Giovanissime.

Quando ho iniziato io, a otto anni, queste realtà non esistevano. Prima dei quattordici anni bisognava giocare con i maschi e non tutte le bambine, oppure le loro famiglie, erano disposte a farlo. Oggi le ragazze possono iniziare molto prima e questo ha alzato notevolmente il livello tecnico delle giocatrici e dei campionati.

Dall’altra parte, però, non tutte le società investono nel femminile perché credono davvero nel movimento. Alcune lo fanno perché in quel momento sembra un progetto interessante, ma quando aumentano i costi e le trasferte capita che dopo una o due stagioni decidano di abbandonare tutto.

La crescita non deve essere soltanto numerica. La vera sfida è costruire progetti duraturi, portati avanti per passione e convinzione, non semplicemente seguendo una moda».

L’attenzione e il riconoscimento sono cresciuti anche nelle categorie dilettantistiche?

«Con l’arrivo del professionismo, il calcio femminile di alto livello ha ottenuto maggiore attenzione. Oggi vediamo le calciatrici sempre più presenti anche nei programmi televisivi e nel racconto sportivo, ed è sicuramente un segnale positivo.

Nelle categorie dilettantistiche la visibilità è inevitabilmente inferiore, ma credo sia giusto che ogni livello abbia un riconoscimento proporzionato alla propria realtà. Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo persone che ci seguono, le partite vengono riprese e disponiamo di un canale YouTube.

Sono contenta del riconoscimento raggiunto. Non penso che il calcio femminile debba necessariamente inseguire tutti gli eccessi economici e mediatici presenti nel calcio maschile. La crescita deve proseguire, ma mantenendo il giusto senso della misura».

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