A Pandino il tennis diventa memoria, incontro, famiglia.
Il Memorial Spadafora nasce per ricordare Giuseppe Spadafora, professore di educazione fisica, grande appassionato di sport e di tennis, scomparso nel 2020. Un torneo voluto dalla famiglia non per costruire semplicemente un evento, ma per tenere vivo un modo di intendere lo sport: lealtà, rispetto dell’avversario, passione, educazione.
A raccontarlo è il figlio Andrea, che nel torneo ha trovato una forma concreta per ricordare il padre. Non una commemorazione fredda, ma un campo in terra rossa, una racchetta, persone che si ritrovano e giocano. Proprio come sarebbe piaciuto a Giuseppe.
Andrea, cosa vi ha spinto davvero a creare questo torneo?
«Il Memorial Spadafora nasce con l’intento di onorare lo spirito sportivo del nostro caro amato Giuseppe e creare un evento che aiuti a ricordarlo nel corso del tempo, per parenti, amici o semplici conoscenti.
Dar vita a un torneo di tennis, sport che lui amava e che praticava negli ultimi anni, penso possa essere un’ottima occasione per commemorarlo e dare la possibilità a tutti coloro che lo conoscevano di ritrovarsi e ricordarlo praticando sport».
È stata una decisione immediata o qualcosa che è maturato nel tempo?
«Il torneo nasce nella primavera del 2025, ma l’idea ci era venuta qualche mese dopo la sua scomparsa, nel 2020. Personalmente, però, sentivo di non avere ancora la forza, la lucidità e la chiarezza d’intenti per proporre e portare avanti un evento così emotivamente carico per me e per la mia famiglia.
Quando nel 2025 mi sono deciso a proporre l’iniziativa, ho trovato fin da subito disponibilità e apertura da parte di ProTennis e Raft, che ringrazio insieme alla famiglia Villa, che ospita il torneo in un suggestivo campo in terra rossa a Pandino, dove mio padre giocava spesso».

Che rapporto aveva tuo papà con lo sport?
«Era amante dello sport e professore di educazione fisica alla scuola secondaria di primo grado di Pandino. Lo sport ha sempre avuto un ruolo cruciale nella sua vita.
Si teneva informato e aggiornato su tante discipline. Era un professore atipico: severo quando era necessario — ogni tanto provavo invano a convincerlo ad alzare i voti, magari un 5 in 6 prima degli scrutini — ma anche molto attento. Organizzava laboratori scolastici e doposcuola dedicati a sport emergenti o meno praticati su larga scala, come badminton, ping-pong e atletica leggera».
Se dovessi spiegare a chi non lo conosce cosa rappresentava lo sport per lui, cosa diresti?
«Lo sport per lui era davvero tanto, non solo la natura della sua professione. Credeva fortemente nello sport come strumento per educare le nuove generazioni, come insegnante di vita.
Sposava con determinazione ed entusiasmo valori come la sportività e la lealtà. La competitività, per lui, non doveva mai trascendere nel non rispetto dell’avversario. C’erano poi la costanza, la determinazione, la gestione delle delusioni e delle frustrazioni legate a una sconfitta sportiva. La forza di rialzarsi, guardare avanti e porsi nuovi obiettivi.
E ovviamente lo sport per lui era anche pura passione, svago e divertimento».
Quali valori dello sport volete portare avanti con questo torneo?
«Su tutti, la lealtà e il rispetto dell’avversario. Seppur competitivo e combattivo nello sport, non è mai stato inadeguato o irrispettoso. Mai una parola o un atteggiamento sopra le righe.
Vi racconto un aneddoto che parla di lui. Da ragazzino giocavo a calcio nella Luisiana e ricevetti un brutto fallo antisportivo da un avversario del Monte Cremasco: un calcio nei genitali a palla lontana. Videro tutti, tranne l’arbitro.
Prima di rientrare in campo, provavo rabbia e voglia di vendetta. All’improvviso mi sentii chiamare: alle mie spalle c’era mio padre, che aveva fatto il giro di tutto il centro sportivo per arrivare dietro la panchina. Mi disse a bassa voce: “Andrea, mi raccomando quando rientri in campo, sono qui che ti guardo come ti comporti”.
Quella frase mi aiutò a concentrarmi solo sul gioco e non sui sentimenti negativi. Alla fine vincemmo la partita, in un’atmosfera surreale: mio padre non disse più nulla dopo avermi sussurrato quella frase, mentre il padre del giocatore avversario urlava al proprio figlio di vergognarsi».

Qual è il ricordo più bello che hai di lui legato allo sport?
«Ce ne sono tanti, anche perché negli ultimi anni, oltre a essere mio padre, era diventato anche il mio migliore amico. Condividevamo tanti aspetti della vita, ma soprattutto qualche match sportivo.
Un giorno, in cui mi sentivo particolarmente in forma, lo stuzzicai e lo incitai a dare il meglio, dicendo che in quel match non ci sarebbe stata partita e che avrei vinto a mani basse.
Risultato? 6-0, 6-1 per lui, con tanto di risate durante e a fine match. Ho avuto l’istinto di immortalare quel momento con un selfie. È diventato il simbolo del rapporto che ci univa, caratterizzato dallo sport che scorre nelle vene».
Nel Memorial Spadafora il ricordo passa anche attraverso i più piccoli. Andrea racconta che uno dei momenti più emozionanti della prima edizione, nel 2025, è stata la premiazione: i finalisti vennero premiati dai nipoti di Giuseppe, Edoardo e Nicolò, di 8 e 5 anni. Vederli partecipi, vicini allo sport, è una di quelle immagini che, per Andrea, avrebbe reso orgoglioso suo padre.
C’è qualcosa che ti manca oggi di lui, proprio nello sport?
«Mi manca tanto di lui. Relativamente allo sport, sicuramente condividere gioie e dolori intensi come solo l’Inter, la nostra squadra del cuore, sa regalare. Il bel gioco di Inzaghi e Chivu, le delusioni per le finali di Champions, i sogni di promozione del Palermo calcio, l’ascesa al trono di Sinner e la classe promettente di Kimi Antonelli. Le Olimpiadi estive di Parigi 2024 e quelle invernali di Milano-Cortina 2026.
Mi manca anche la curiosità per il padel: non abbiamo fatto in tempo a provarlo insieme. Ce lo eravamo promessi e secondo me saremmo stati una bella coppia. Sicuramente ci saremmo divertiti. Non mi resta che indossare i suoi completini tecnici ogni volta che gioco a tennis o a padel.
Non c’è match o notizia sportiva che io legga senza pensare a lui, a cosa mi avrebbe detto o al semplice piacere di condividere con lui pensieri e approfondimenti».
Poi Andrea aggiunge un’immagine che vale più di molte parole.
«Ho un video dove Siniša Mihajlović invita mio padre a giocare con lui una partita di padel a Bologna, una volta concluso tutto il calvario che entrambi stavano affrontando.
Non c’è giorno che io non pensi a lui. Non ci si abitua mai a una perdita così importante e dolorosa, ma con il lavoro personale e il tempo si arriva a pensare ai propri cari senza angoscia.
Io papà, ovunque sia, lo immagino a fare una bella partita di padel con Siniša, ridendo e divertendosi.
Ovunque siate, buon match. E che vinca il migliore».



